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Leopoldo Carlesimo
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La prima puntata di un romanzo inedito

Pat e il pirata

«Chi gestisce questo teatro è Pat, un vecchio segaligno, ottantaduenne, completamente calvo e con gli occhi di un inquietante azzurro slavato, quasi bianco, totalmente privi di ciglia»

L’uccello del paradiso è sia un volatile che una costellazione. L’una cosa e l’altra hanno a che fare con l’emisfero australe e con un Paese che ha scelto di rappresentarle entrambe sulla sua bandiera. Bandiera giovanissima, una delle ultime a sventolare (1975) fresca d’indipendenza. Ma, parlando di simboli, mentre l’uccello è l’esemplare corretto, perché quasi tutti i volatili di quella specie vivono nell’isola (la più grande al mondo dopo la Groenlandia) la costellazione invece è quella sbagliata. Avrebbe certo dovuto essere la costellazione dell’uccello del paradiso, per l’ovvia coincidenza onomastica e anche per la felice collocazione astronomica, molto vicina al polo sud celeste. Solo che chi ha accoppiato i simboli del Paese ha pensato bene di sostituirla, banalmente, con la più nota croce del sud. La bandiera è dunque il frutto di questo errore: il triangolo superiore del taglio diagonale raffigura l’uccello giusto, giallo-oro in campo rosso; quello inferiore la costellazione sbagliata, bianco-argentea in campo nero.

Malcom Kelly era australiano di nascita, ma di famiglia e retaggio irlandesi. Forse per questo era tanto legato a Pat, nato a Dublino ed emigrato in Oceania molto più tardi, già adulto. Due tipi così diversi. Questa comune radice irlandese è la sola somiglianza che riesca a stabilire tra loro. Vecchio, tenace sangue irlandese. Per il resto, due avventurieri, ma dissimili in tutto. Pensare a quei due mi fa venire in mente la trita dicotomia del pirata e del gentiluomo. Beh, in Pat, almeno in superficie, era decisamente il gentiluomo a prevalere, anche se nessuno più di lui s’è arricchito, qui in Papua; e benché avesse l’indole del predatore, sapeva camuffarla con le maschere più oneste e virtuose, e farsi benvolere da tutti. In Malcom, invece, nessuna traccia di gentiluomo. È quel che appare: un bandito di mezza tacca. Zero scrupoli, zero visione, nessuna capacità mimetica. Non c’è da stupirsi che sia finito com’è finito, mentre quell’altro è milionario.

***

L’hotel Grand Papua di Goroka, Eastern Highlands Province, altopiano centrale della Papua Nuova Guinea, è il luogo di ritrovo dei bianchi della provincia. È una grande tettoia di legno e paglia sotto la quale, dinanzi a un pesante bancone in pietra, sono disseminati una trentina di tavoli. Attorno, immersi nella fitta vegetazione, s’intravedono i bungalow con le camere. Piccole costruzioni a un solo piano, in legno grigio, con le verande protette da zanzariere affacciate sul torrente che traversa da nord a sud la foresta pluviale. Casupole indipendenti, circondate di un soffice tappeto vegetale e connesse tra loro da cunicoli quasi scavati nella folta vegetazione, coperti da una fitta volta di rami e fogliame. Un dedalo di percorsi furtivi, clandestini, che connettono alloggi quasi sempre vuoti. Non sono occupati da turisti, l’utilizzo più frequente delle camere consiste nel fornire un tetto a ore alle brevi avventure extraconiugali dei maschi bianchi – e da qualche tempo anche aborigeni – che frequentano il resort.

Se i bungalow sono appartati e perlopiù deserti, il bar in compenso è rumoroso e affollato. E’ la vera attrazione locale, lavora a pieno ritmo, la sua animazione giustifica la fama di cui il Grand Papua gode nel resto del Paese. Uno dei luoghi di più intenso scambio sociale dell’isola, perché a frequentarlo ormai non sono solo i bianchi. Da quando, con i recenti sviluppi dell’oil&gaz, qualche vampata di ricchezza ha sfiorato il Paese, molte cose sono cambiate, un tumultuoso benessere – o quanto meno un’ansiosa aspirazione a raggiungerlo – non è più prerogativa dei soli bianchi. E molti aborigeni – i più intraprendenti, i più avidi – si sono messi in affari e hanno cominciato a frequentare il resort.

Sono le cinque pomeridiane e il sole è basso, ma fa ancora un caldo soffocante. La clientela si distribuisce sotto l’ombra dell’ampia tettoia, abbastanza equamente divisa tra tavoli di soli bianchi, tavoli di soli aborigeni e tavoli misti, che sono in genere i più vivaci. La prolungata happy hour del Grand Papua è l’occasione d’incontro. Qui – con la scusa di un po’ d’allegria, di liquori a buon mercato e di sesso facile e discreto – ci si mischia, s’entra in contatto; qui avviene la contaminazione culturale, sociale, economica tra le due comunità, quella aborigena in disordinata e famelica ascesa e quella coloniale bianca in ritirata. Si discute di tutto: vita quotidiana, pettegolezzi, apparentamenti, incontri sportivi, cerimonie laiche e religiose, tradizioni, ricorrenze, politica, affari. Soprattutto affari. S’intessono a questi tavoli legami d’interesse, si misurano rapporti di forza.

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Le discussioni scorrono tra boccali di birra non abbastanza fredda e cibo di mediocre qualità – pesce o carne mal tagliati e rozzamente grigliati, intrugli di vegetali stracotti in salse troppo speziate, qualche innocua insalata di frutta tropicale e di quando in quando, raramente, crostacei crudi o cotti di sorprendente freschezza, di dimensioni oceaniche ma di dolcezza e fragranza mediterranee – serviti ai tavoli da ragazzette cinesi, indonesiane, filippine, vietnamite, in abiti succinti, molto più numerose del necessario e sempre disponibili a prestazioni extra nelle camere sfitte del resort.

Chi gestisce questo teatro è Pat, un vecchio segaligno, ottantaduenne, completamente calvo e con gli occhi di un inquietante azzurro slavato, quasi bianco, totalmente privi di ciglia, la pelle del viso flaccida e cascante, ma un fisico tutto sommato ancora integro, asciutto e nervoso, sorprendentemente scattante per un uomo della sua età.

“Non vi conviene prendere la strada di Simbu,” dice Pat. “In macchina ci vogliono più di sette ore, una pista orrenda. E malsicura.”

Francis, l’ingegnere aborigeno che lavora con Malcom, fa spallucce. “Perché malsicura? Non arriviamo fino a Mount Hagen, ci fermiamo prima, appena oltre Kundiawa; e abbiamo uno del posto con noi, a farci guida. Il governatore ci aspetta.”

Pat scuote la testa. “Fareste meglio a usare l’elicottero. Non lo dico per me, non m’interessa mica vendervi il volo…”

Malcom lo interrompe con un gesto, come dire: “non è neanche il caso di dirle, queste cose…” fa un gesto con la mano e riprende: “c’è troppa roba, Pat. Un camion intero, più il pick-up di Francis e il mio, stracarichi. L’elicottero non basta, bisogna andare via terra. Formiamo un piccolo convoglio.”

“Non mi piace,” scuote la testa Pat. “Un convoglio su quella pista… Andate in cerca di guai. Cosa portate?”

“Attrezzatura topografica, macchinario, ricambi…” risponde Francis. “Niente di prezioso. Rilassati, non c’è nulla di appetibile per quei selvaggi.”

“Qualunque cosa è appetibile per la gente di Mount Hagen. Voi stessi lo siete. Non vi fidate del governatore. È una canaglia.”

Francis è originario di qui, una delle poche famiglie aborigene abbienti di Port Moresby. Il padre è un commerciante di legname e un piccolo imprenditore, socio di Malcom in questa impresa. Francis ha studiato in Australia, a Brisbane e Melbourne, e ha lavorato alcuni anni a Perth per una grande azienda mineraria australiana. La Compagnia l’ha assunto quando il progetto della diga di Purari ha cominciato a diventare qualcosa di concreto.

È un ragazzone alto un metro e novanta abbondante, massiccio, carnagione scura, capelli crespi, collo tozzo. Un fisico da rugbista, sport che in passato ha praticato con successo nella squadra del college. Ora è sposato, ha due figli piccoli e lo sport l’ha messo da parte. Pensa alla carriera. E ai quattrini. Purari e la Compagnia sono una buona chance, per lui.

“È un vecchio amico…” sorride Malcom. “Non parlare così dei vecchi amici, Pat.”

“Io dico quello che penso,” ribatte scontroso Pat. “Quand’ero governatore io, qui a Goroka, e quel tanghero girava ancora nudo per le montagne attorno a Kundiawa, l’ho tirato fuori dai guai più di una volta. È sempre stato bravo a cacciarsi nei guai. E non è cambiato. Un cialtrone e un furfante. E adesso guarda. Ce lo ritroviamo governatore… Puh!”

Malcom sorride e alza la pinta di birra semivuota. “Ai furfanti!” dice. “I soli che fanno carriera, il tipo d’uomini di cui questo paese ha bisogno…”

“Ne hai fatta un bel po’ anche tu, Pat, non lamentarti,” ribatte Francis.

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Pat si alza. “È diverso,” dice. “Molto diverso. Non è più lo stesso paese e voi fareste bene ad andarci piano. Non vale la pena di prendersi certi rischi. Ma adesso scusatemi, avevo un altro impegno…” S’allontana tra i tavoli e va a sedersi due ordini più in là, ai margini della piattaforma, dove tre uomini lo stanno aspettando.

Due bianchi e un aborigeno. Da un po’ non gli levano gli occhi di dosso. Sono stati tutto il tempo a bere in silenzio, in attesa. E adesso che Pat si siede tra loro, il tavolo si rianima all’improvviso. Si mettono a discutere con foga di una certa cessione di terreni, poco fuori Lae, sulla costa. I due bianchi – un australiano alto e secco, allampanato, con un naso enorme che sostiene un paio di occhiali dalle lenti spesse e dalla montatura massiccia e un inglese mingherlino, rossiccio di carnagione e di pelo, con gli occhi a palla e due baffetti alla James Joyce – intendono rilevare la proprietà per farne una specie di resort. Da Pat vogliono intermediazione e consigli. L’aborigeno, anziano, in abiti trasandati, dai lineamenti massicci e sgraziati come quasi tutti quaggiù, fissa torvo i due bianchi, ma il volto gli si distende in un sorriso fiducioso quando incrocia lo sguardo di Pat.

Il colloquio dura non più di una decina di minuti. Poi Pat passa a un altro tavolo, e a un altro ancora. Tante piccole faccende da sbrigare. Chi vuole da lui informazioni, consigli, chi gli chiede di fare da garante per qualcosa. Un aborigeno lo invita al matrimonio della figlia. È il capo di un villaggio ai confini della provincia e s’è fatto cinque ore di viaggio fino a Goroka solo per invitare Pat alle nozze, come ospite d’onore. Perché laggiù, nel suo villaggio, Pat è un mito, quasi una specie di semidio. Pat però gli dice brusco che non vuole saperne, non intende essere immischiato in questioni di matrimoni. Si occupa d’affari di ogni genere, compravendite, concessioni, associazioni, ingaggi… ma matrimoni no. L’uomo del villaggio lo sa, tutti in PNG lo sanno. L’avversione di Pat per i matrimoni è nota. L’uomo del villaggio insiste, spera che, per i rapporti avuti con lui in passato e per la venerazione che il villaggio gli porta, Pat per una volta faccia un’eccezione. Ma sa anche che Pat ha una parola sola, e sa dirla a muso duro se occorre. Il vecchio s’alza costernato e se ne va.

È dopo cena, quando Malcom ha già acceso uno dei suoi enormi sigari, che il nativo fa la sua comparsa all’ingresso del bar. E’ un uomo maturo, quasi anziano, di corporatura molto robusta, indossa un paio di calzoni stazzonati, un camicione informe, a sacco, sandali ai piedi nudi. Ma quello che fa davvero impressione è la testa: un cranio enorme, sproporzionato al resto del corpo, pur massiccio, completamente calvo, zigomi alti, un volto dalle ossa forti, scolpito come una maschera e rivestito di una pelle bruna su cui compaiono piccoli tatuaggi neri, che s’estendono al collo e alle braccia. Si guarda intorno, individua il tavolo e s’avvia deciso in quella direzione.

Pat, da lontano, lo vede avventarsi su Malcom, puntandolo col dito. Abbassa l’enorme cranio in modo da incombere su di lui, gli è quasi addosso. Malcom ostenta indifferenza. Finge di fissare la punta del suo sigaro, invece del viso orrendo, ravvicinatissimo, che ha a pochi centimetri dal suo. Dura pochi secondi, non dà il tempo a Pat di intervenire. L’uomo dice ancora qualcosa, quasi toccando Malcom, poi si volta e con la stessa decisione con cui è entrato se ne va, quando Pat riesce a liberarsi dal tavolo in cui è impegnato in una discussione su una partita legname che i membri si una piccola società aborigena intendono vendere a un grossista bianco, è già lontano.

“Quel tizio non può venire qui a minacciarmi,” dice Malcom.

“Che ti ha detto?” Fa Pat.

“Non può venire qua e minacciarmi. So come sistemarlo.”

“Ma chi era? Non s’è mai visto da queste parti.”

“È di Mount Hagen. Dice di rappresentare non so chi.”

“Così presto…” fa Pat. “Le voci corrono.”

“Non mi può minacciare. Ne parlerò al governatore.”

“Lascia perdere il governatore. Quel tanghero non può esserti di nessun aiuto. Scoprirò io chi è quel tizio.”

“Cazzo se era brutto… Sono tutti così, a Mount Hagen? Pareva un gorilla.”

“Lo sanno tutti che è la zona peggiore… Farete bene a non spingervi fin lassù.”

“Era brutto sul serio. Grugniva. Non ho capito un accidente di quel che diceva.”

“I problemi di quando si comincia. Prenderò informazioni su di lui. Ma tenetevi alla larga da Mount Hagen. Almeno per ora.”

***